Negare l’esistenza dell’Olocausto significa uccidere una seconda volta vittime innocenti. Cancellare la memoria è tipico dei regimi totalitari. Bisogna reagire contro queste pratiche con la massima energia.
Nicolai Lilin
A 70 anni dalla liberazione dal nazifascismo ci sono ancora molte storie da raccontare. Una è quella di Pontemanco e delle famiglie Brunazzo e Bertin.
A Pontemanco, borgo antico ai piedi dei Colli Euganei (oggi frazione di Due Carrare) settant’anni fa erano quasi tutti socialisti, di quelli che si riferivano a Matteotti, non a Craxi. Dopo l’8 settembre del 1943 arrivarono in paese alcuni profughi ebrei che fuggivano dall’internamento libero a Rovigo. Clandestini e ricercati dal ricostituito governo fascista della Repubblica di Salò e dai Nazisti.
Per loro si aprirono le porte di casa Brunazzo; Guerrino, la moglie e due figli maschi, uno in seminario, Achille, e l’altro, Isidoro ventenne, diedero ospitalità dal 31 dicembre 1943 al 27 aprile 1945 a ben 7 persone, quattro adulti e tre ragazzi a rischio della vita.
Tutto il paese che sapeva aiutò e chi non sapeva ma intuiva tenne la bocca chiusa. Da 7 persone a 11 la differenza è tanta e in tempi di guerra col razionamento e la scarsità di viveri non fu facile far bastare le tessere annonarie. Il mugnaio Bertin fornì legna e farina e quanto poteva, il farmacista dottor Fortin fornì medicine e assistenza. Fu così che gli Hasson e i Mevorach con la cuginetta Estica, in fuga da Jugoslavia e Bosnia Erzegovina riuscirono a salvarsi e continuare a vivere.
Oggi sarebbe stato molto più difficile. Chi scappa con i barconi a una morte sicura per una morte ”probabile” non può far conto della solidarietà e della apertura delle famiglie. Chi scappa da una guerra non diversa dal secondo conflitto mondiale, anzi forse più complessa e meno facile da capire e affrontare, deve contare solo sulla salvezza dovuta dei governi. Questi ultimi si palleggiano oneri e responsabilità ma per fortuna intervengono.
In un piccolo paese della bassa padovana il Sindaco, di base leghista, ospita alcuni profughi, ma i suoi stessi cittadini protestano e insorgono.
Intorno a noi decine di case vuote marciscono con il cartello “vendesi” appeso alle cancellate rugginose, ma non c’è posto per i profughi. Non si tratta di buonismo, il buonismo era quello dei Brunazzo e dei Bertin e della Pontemanco resistente.
Stamattina ho telefonato al professor Boris Pahor e l’ho trovato a casa.
Luciano Bombarda era solito chiamarlo per un saluto o mandargli cartoline di auguri nell’occasione del Natale o del Compleanno. Da un po’ di tempo ho continuato a far sentire al “Professor”, come lo chiamano gli sloveni, l’affetto del Fiume, chiamandolo di tanto in tanto.
Dall’alto dei suoi 102 anni mi ha risposto con voce prima flebile e poi sempre più viva. Un po’ perplesso sul telefono cordless di cui è stato dotato ma tutto sommato contento di poter stare in posti diversi della casa e rispondere alle chiamate. Ci siamo scambiati i saluti e qualche impressione sul Giorno del Ricordo voluto da Destra e Sinistra per una sorta di pacificazione omologante che non chiarisce né unisce.
Con affetto ci siamo salutati e il professore mi ha pregato di porgere i suoi saluti gli “amici del Fiume” non escludendo di tornare da noi a presentare la sua prossima fatica letteraria! Gli ho risposto che sarà, come sempre, un piacere e dopo aver abbassato la cornetta ho capito di aver parlato con la Storia.
luciano bombarda e boris pahor a ferrara nel 2010
*Boris Pahor sloveno nato a Trieste il 26 agosto 1923 è scrittore di lingua slovena che ha sfiorato spesso la nomina al Nobel per la letteratura. Deportato dai Nazisti come oppositore politico (triangolo rosso) per la sua attività con la resistenza slovena, è stato liberato nel campo di concentramento di Natzweiler – Struthof. Scrittore prolifico ha vinto numerosi premi soprattutto in Francia la Nazione che per prima ha scoperto il suo lavoro letterario. L’opera più conosciuta è Necropolis (Fazi editore), sulla sua esperienza di deportato.
Ormai da qualche anno ci occupiamo del “Giorno del ricordo” delle vittime delle foibe, degli esuli giuliano dalmati e delle vicende del confine orientale, provando a fare un lavoro di divulgazione delle vicende storiche e non una mera celebrazione.
Per raccontare un’aspetto particolare della storia “delle vicende del confine orientale”, che sta nello spirito e nel testo della Legge con cui è stata istituita questa giornata, abbiamo chiamato come relatore Alessandro Cattunar, storico laureato all’Università di Bologna.
L’autore, figlio di esuli istriani, fondatore e membro di una associazione culturale che si chiama “47/04” ( le due date simbolo della storia contemporanea dell’area del goriziano) ha studiato con attenzione l’evoluzione e il fluttuare dei confini di quello che per noi è Oriente ma per il mondo slavo è invece l’Occidente, ossia quella fascia contesa tra Italia ed ex Jugoslavia che tante lacerazioni ha prodotto nei secoli.
Il libro che ha scritto e presentato si intitola “Il confine delle memorie” ed è una raccolta di interviste di oltre 50 testimoni italiani e sloveni che hanno vissuto gli anni dal ‘22 al ’47. Attraverso la lettura delle interviste si comprende come le vicende vengano elaborate in modo diverso dalle persone appartenenti alle due comunità. Se , infatti, si può condividere la storia e le sue vicende perché date e documenti sono inequivocabili, non è facile condividere le memorie che sempre rappresentano un punto di vista individuale.
Non è sufficiente l’una senza le altre e viceversa, ma la memoria va inserita in una griglia di punti di riferimento perché prenda forma e sia di utilità generale. Ed inoltre esistono differenti memorie nelle stesse comunità omogenee, quelle delle vittime e quelle dei persecutori che vanno entrambe conosciute per dare forma al quadro generale.
scuola media di Costa di Rovigo
La cosa bella è che la complessità di vicende che coinvolgono tanti attori, ciascuno con un ruolo e una propria ragione, può essere raccontata e fatta comprendere anche a ragazzini digiuni di vita e di conoscenze se chi la presenta ha capacità e onestà di comunicazione.
E’ stato sorprendente vedere come tra i ragazzini delle medie di Costa di Rovigo, Alessandro Cattunar sia riuscito a mettere ordine e far capire. Esplicitare l’esperienza della guerra, spesso sottintesa quando si parla con adulti, ma base imprescindibile per i suoi effetti oltre che per indagare le cause di ogni avvenimento, è stato indispensabile per dar modo ai ragazzi di comprendere.
alla scuola media di Costa
Il relatore ha portato pian piano i ragazzi ad interrogarsi sulle dinamiche che scattano quando due contendenti si affrontano. Dalle epiche battaglie omeriche ad oggi le guerre portano conseguenze nefaste che rendono però più comprensibili e contestualizzabili atti scellerati come le vendette e le violenze. Ad azioni violente seguono reazioni sempre più violente ed è stato utile interrogarsi sulle ragioni che spinsero l’esercito italiano a perseguitare civili inermi alla ricerca dei partigiani, alle quali seguirono vendette esercitate dagli stessi partigiani che non avevano i mezzi, il tempo e forse nemmeno la voglia di giudicare con i metodi democratici.
L’impressione è che i ragazzi portati al ragionamento siano riusciti a capire cose che altri, anche adulti, nemmeno vogliono chiedersi.
Per dar senso a quel “mai più” che ripetiamo sempre come un refrain di fronte alla storia passata, crediamo che la cosa migliore non sia celebrare i morti ma dare ai vivi gli strumenti per non ripetere gli stessi errori. I popoli non vogliono la guerra ma vi sono costretti dagli aut aut del potere. Nel caso di Gorizia poi dice Cattunar “ l’esperienza della pacifica convivenza sembra essere propria non solo della generazione dei padri e dei nonni che avevano vissuto sotto l’Impero Austro-ungarico, ma anche di coloro che erano nati sotto il Fascismo …. ed è significativo il fatto che quasi tutte le persone intervistate si soffermino a lungo sulla descrizione di un periodo in cui ”si era tutti goriziani”.
Non sono mancate le soddisfazioni quindi, e la consapevolezza di aver fatto un buon lavoro nei confronti di chi si è fermato in Feltrinelli catturato dalla passione dell’autore, degli amici che ci hanno raggiunto in Biblioteca Buchaster a Costa di Rovigo ma soprattutto di ragazzini nati un secolo dopo i fatti.
in libreria Feltrinelli Ferrarain Biblioteca Buchaster
No lo possiamo raccontare per immagini, pare che ogni foto disponibile nella rete sia di proprietà di qualcuno e allora non resta che raccontare come in ogni paese europeo si sia dato appuntamento ad Auschwitz, emblema della Shoah.
Dal regista Steven Spielberg, al presidente Hollande, a molti sopravvissuti e autorità di paesi diversi hanno simbolicamente scelto di varcare i cancelli di Auschwitz per testimoniare una accorata partecipazione a una tragedia europea che non tutti hanno affrontato e risolto.
Come ogni anno il prezioso lavoro di insegnanti che credono nel loro lavoro e nella possibilità di educare insegnando (il riferimento, nel caso particolare è a Carla Garbellini e ad Alessandra Peccini) ha dato vita ad un bell’incontro sulla Memoria della Shoah con i ragazzi delle seconde e terze medie di Ficarolo e Stienta.
Come Associazione Il Fiume abbiamo voluto mettere a confronto tre esperienze di bambini ebrei che hanno vissuto la persecuzione con esiti diversi; il primo di cui abbiamo raccontato, Manni Buchaster vi ha perso la vita e la famiglia, gli altri due Luciano Caro e Franco Levi presenti e arzilli di fronte ai ragazzi, hanno avuto salva la vita ma il padre ucciso ad Auschwitz.
Se di Manni possiamo raccontare la storia per aver cercato e trovato tutto negli archivi, abbiamo affidato invece a Luciano Caro, oggi Rabbino di Ferrara, il racconto appassionato di quelle che lui ha definito “avventure” ma erano in realtà la fuga dalla persecuzione e dalle retate dei fascisti. La verve di Rav Caro ha incantato i ragazzi che alla fine hanno scoperto come tante avventure si siano chiuse con la drammatica cattura e l’uccisione del padre ad Auschwitz.
Allo stesso modo Franco Levi ha raccontato di come, pur essendo figlio di madre cattolica e battezzato, ha dovuto nascondersi con la madre e la sorella separandosi dal padre. Quest’ultimo era nascosto poco lontano presso il mugnaio antifascista di Salara e venne probabilmente “venduto” da qualche delatore.
Tutta la famiglia venne catturata e Franco ricorda i suoi giochi nel cortile del carcere di Padova fino all’ultimo saluto dato al padre visto da lontano mentre lo portavano via.
Entrambi hanno saputo dopo molti anni la sorte del genitore per averne trovato traccia nelle ricerche degli studiosi dell’Olocausto. Storie simili raccontate da signori rispettabili , al tempo bambini inconsapevoli, che hanno aperto gli occhi ai ragazzi su come alcuni abbiano aiutato e nascosto ma sia stata più forte l’indifferenza dei molti che non hanno alzato un dito per opporsi alla dittatura.
Al termina della mattinata una piccola delegazione ha portato una simbolica corona di alloro sulla lapide posta in memoria di Bruno Levi nel monumento ai caduti della seconda Guerra Mondiale. Non si è potuto non ricordare quel che diceva sempre Luciano Bombarda osservando la lapide, ossia che il povero Bruno Levi non fu solo “vittima della persecuzione nazifascista” ma più precisamente “assassinato ad Auschwitz”… con buona pace di chi vuol annacquare la storia.